Originally published on November 8, 2026 Reading time: 28 minutes
Luci e Ombre
Percorrendo la strada maestra da sud, lasciandosi alle spalle un fitto querceto, quasi tutti i viandanti emettono un sospiro di meraviglia. Anche i più bastian contrari ammetterebbero che lo spettacolo davanti ai propri occhi è affascinante: la valle che pare a dir poco fatata. La via punta verso nord-ovest, seguendo le morbide curve di verdi colli coperti da campi, paesini in pietra e piccoli boschetti di faggi o castagni, lasciati volutamente incolti per potervi cacciare. Ogni poggio ospita un borgo più o meno grande, talvolta sulla sommità, ma più che altro sui pendii. Queste colline sono così dolci e basse che non avrebbe avuto senso costruire castelli e fortificazioni sulla cima. Tuttavia, la quantità di chiese e campanili torreggianti nei piccoli borghi impressiona la vista sin da lontano. Se si è fortunati a passare di lì nei giorni di festa, si può assistere a uno degli spettacoli più speciali di tutta la regione: lo scampanio di mezzogiorno, durante il quale una torre risponde al canto squillante della dirimpettaia, chiamiamola così, con una melodia ancora più allegra. Non per nulla tutt’attorno si organizzano tornei di scampanii, ritenuti ben più importanti del tiro con l’arco o del giavellotto.
Tuttavia, durante quelle allegre scampanate, anche l’orecchio meno esperto a un certo punto nota una leggera stonatura, un errore di qualche tipo; la risposta dell’eco, che ci si aspetterebbe dal paese accanto, a un certo punto arriva da un punto sbagliato, più lontano, forse dal colle successivo. Se si stesse percorrendo la via maestra proprio in quel tratto, si alzerebbe per forza di cose lo sguardo per cercare il colpevole, il paese che ha mancato la risposta, interrompendo così una melodia tanto piacevole.
A quel punto, a patto di non conoscere la storia che qui si sta per narrare, si rimarrebbe piuttosto interdetti dalla scena. Se i poggi incontrati prima, così come quelli successivi, sono tutti rivestiti da un verde ben tenuto, si noterebbe immediatamente che la natura che ricopre questo colle è sì rigogliosa, ma decisamente selvaggia. I boschi si perdono a vista d’occhio, ma lo spettacolo non è uniforme come si potrebbe immaginare da una foresta vista da lontano. Un solo sguardo farebbe subito pensare che un’atmosfera tetra gravi sulla copertura verde, la quale ha perso da tempo la sua uniformità e la naturale bellezza. Ci sono vere e proprie macchie scure qua e là che cozzano con altre macchie di alberi dalla fronda molto più chiara, quasi fossero piante completamente diverse. Aguzzando lo sguardo dall’angolazione giusta, poi, si nota un dettaglio che probabilmente farà spalancare la bocca ai più: dei muri di pietra e addirittura un campanile nascosto tra qualche alta quercia. Si vorrebbe quindi chiedere a qualcuno della zona, Ma lassù c’era un paese?, e quello risponderebbe in una maniera altrettanto sorprendente. Direbbe di sì, che là sorgeva un borgo, ma subito poi si farebbe il segno della croce e cadrebbe in un silenzio teso. E se, nonostante lo sguardo torvo del paesano, si fosse così azzardati da tentare di chiedere altre informazioni, è assai improbabile che si riuscirebbe a cavare un ragno dal buco.
Fortunatamente per i curiosi, qui non si hanno troppi pregiudizi sulla questione, probabilmente a causa della locazione remota di quella valle e soprattutto della quantità smodata di tempo passato rispetto ai fatti narrati. La statua di qualunque mostro smetterebbe di incutere timore dopo che la pioggia e il tempo ne avessero smussato le zanne e gli artigli; tuttavia, si crede che il mostro sia veramente esistito, e questa ne vuole essere una descrizione del tutto rispettosa, per quanto sia difficile descriverne le fattezze talvolta inafferrabili.
Per spiegare meglio la situazione di quel colle curioso, forse conviene proprio partire da ciò che salta immediatamente all’occhio: le scure macchie di vegetazione che non si vedono sugli altri poggi. Come già accennato, è inevitabile provare una sensazione di disagio osservandone le fronde irsute, quasi spinose e venefiche rispetto a quelle, più chiare e liete, che si vedono proprio là accanto. Alcune di queste chiazze tenebrose sono di pochi metri di diametro, quasi dei nèi su un’enorme schiena; altre paiono dei veri e propri mari le cui acque profonde e immobili nascondono creature in agguato. Anche gli elementi si comportano in maniera strana su questa collina. Il vento fatica a smuovere le fronde di queste piante, nonostante ci siano delle foglie sui rami. Dalla distanza paiono secchi, eppure una sfumatura di verde, per quanto malaticcia, conferma che sono in qualche modo vivi. Tuttavia, i rami delle piante al di fuori delle macchie, ormai chiamiamole così, sembrano muoversi molto di più. Allo stesso modo, il sole illumina in maniera diversa le parti maculate del bosco, che hanno una sfumatura spenta nonostante la calda luce del tardo pomeriggio o il solleone del mezzogiorno. Una tonalità grigiastra non abbandona mai le frasche di quei pozzi oscuri. Per non parlare della sfumatura terribile che prendono alla luce della luna! I commercianti che si mettono in strada di buon mattino, prima del sorgere del sole, giurano che nell’aria plumbea che anticipa l’alba, sulla strada maestra sotto il colle, si possano udire dei bisbigli. La tentazione di girare lo sguardo è forte, ma la cosa migliore da fare è tirare dritto, senza voltarsi. Forse sono solo dicerie; si sa che quella è l’ora in cui l’uomo è più suggestionabile, ma si dice anche che a quell’orario la Morte faccia sempre un’ultima corsa sul suo carro verso ovest, per fuggire dall’alba e dalla luce, che odia profondamente. Nella valle, poi, alcuni dicono che, al termine della sua ricognizione, il Mietitore riposi in quelle macchie mai del tutto illuminate. Ecco spiegata l’usanza, quando si passa di lì, di fare il segno della croce e uno scongiuro.
Tuttavia, riguardo alla scaramanzia di quei luoghi ci sono motivazioni ben più concrete rispetto alle dicerie. Si narra di diverse persone scomparse, nel corso di decenni e addirittura secoli, che si avventurarono nei pressi di quelle zone e non ne fecero ritorno. Uno degli esempi più famosi funge da monito verso i bambini ancora dopo generazioni: Ezra, un cacciatore di appena sedici anni che voleva dimostrare il suo valore. Il giovane sciagurato sapeva bene che cacciare su quel colle non era neanche da prendere in considerazione; non si vedevano mai animali muoversi nei dintorni e i versi che si udivano talvolta parevano di creature sconosciute. Un “abbaio” improvviso del capriolo o della volpe femmina era abbastanza per far sobbalzare il pastore che pisolava in uno dei bei pascoli di quei poggi; quei veri e propri latrati che ogni tanto giungevano dal colle maculato, tuttavia, facevano accapponare la pelle al pover’uomo e pure al suo gregge. Ciononostante, Ezra un mattino prese il cane e si incamminò verso il posto maledetto. Non si sa se imboccò l’antico sentiero ormai abbandonato già da decenni, o se si perse seguendo tracce di animali, oppure se si fece confondere da suoni ingannevoli, ma quel che è sicuro è che all’improvviso si ritrovò in un bosco totalmente diverso. Una linea quasi netta divideva il terreno: da un certo punto in avanti nascevano solo rovi che si avvinghiavano ad alberelli decrepiti. Dietro di lui si ergevano faggi magnifici e querce antiche come il colle; di fronte, invece, una desolazione di piante malate e offuscate da un’aura tetra. Da quel punto in avanti anche il terreno stesso era nero e coperto da foglie cineree, come velate da un parassita, anche se nessuna malattia conosciuta poteva ridurle così; un passo prima, invece, il sottobosco regalava il solito tappeto di foglioline secche, rametti e bei funghi commestibili. I licheni, che hanno note qualità terapeutiche e un odore che alcuni definiscono rassicurante, in quel luogo marcivano completamente e il puzzo era quasi insopportabile. Il fatto che coprissero qualsiasi cosa, poi, di certo non aiutava. Non è chiaro come Ezra giunse in quella radura infausta, ma il cane si rifiutò categoricamente di proseguire, anzi, cominciò a ringhiare al proprio padrone! Questi cercò di trascinarlo e convincerlo a suon di calci, ma alla fine l’animale fuggì via e non se ne seppe più nulla. Maledicendolo, il ragazzo prese a inoltrarsi tra i rovi che gli graffiavano i polpacci a ogni passo, ma la sua determinazione era troppo grande per farsi soggiogare dalla ragione. Più avanzava, più il sentiero si stringeva, o almeno quella era l’impressione, anche se la vegetazione non era particolarmente fitta. Tuttavia, continuò a trascinarsi in avanti con tutto il suo peso per smuovere le gambe, che parevano essere immerse nel fango, fino a che anche un braccio si bloccò: una liana gli si era avvolta attorno! Più lui tirava, più le spine di quella legaboschi maledetta si infilavano nella carne. Il ragazzo tentò di afferrare il suo coltello per liberarsi, ma un altro ramo, all’altezza della sua vita, gli cinse i fianchi come una cintura; forse per colpa dell’agitazione, gli sembrò che quella fronda nodosa fosse una lunga mano scheletrica e nera che lo stava lentamente abbracciando. Allora il terrore si impadronì del suo corpo e una forza improvvisa gli permise di raggiungere la lama e recidere i lembi che lo stavano avvolgendo. Si fece largo alla bell’e meglio e in qualche modo riuscì a scampare a quella presa maligna; prese subito a correre giù per la strada che aveva percorso senza guardarsi indietro. L’effetto dell’adrenalina era così forte che non si accorse del dolore al braccio fino a quando non giunse al villaggio. L’erborista, esperto di decotti e rimedi, non seppe proprio cosa dire quando vide le ferite lasciate dalle spine velenose: la carne era livida, si erano già formati dei bozzi gonfi e purulenti dove la tossina stava agendo. Nonostante l’uomo conoscesse a menadito la vegetazione della valle, dagli acquitrini vicino al fiume fino ai cocuzzoli brulli dei colli, ammise di non avere idea di cosa avesse potuto provocare quelle ferite. Fu chiamato il guaritore dal villaggio accanto, ma tutto ciò che si poté fare fu amputare il braccio del ragazzo, che da quel giorno fu chiamato Ezra il Mancino, ma anche il Fortunato. Mancino perché gli rimaneva il braccio sinistro, fortunato perché era stato proprio miracolato a uscire da quella macchia.
E pensare che il Fortunato aveva solamente percorso qualche centinaio di metri su per il colle e non si avventurò fino al vecchio borgo, come invece fecero Ranuccio e Lisabetta tanti anni addietro. Loro, due bimbi di otto o nove anni, amavano giocare ed esplorare; ancora di più, però, adoravano sfidarsi a prove di coraggio e forza. Salire sull’albero più alto, trattenere il respiro più a lungo, inoltrarsi più a fondo in una caverna buia, staccare un alveare dall’albero senza farsi pungere… Sciocchezze del genere, insomma. Un pomeriggio di autunno, passeggiando ai limiti del loro villaggio, erano in cerca come al solito di qualche trastullo. Disgraziatamente, il loro sguardo si posò sul colle maculato e, come si sa, in quella stagione le fronde dei boschi sono spoglie. Dovettero aver visto i palazzi del vecchio borgo che si ergevano sul lato della collina, completamente nascosti durante l’estate e invece ora ben discernibili, anche se il colore della pietra si confondeva facilmente tra tronchi e rami. Conoscevano bene la storia di Farneto, ecco il nome di quel paesino abbandonato, e sapevano benissimo di non doversi mai avvicinare nemmeno alla strada che vi conduceva. Quei boschi erano popolati dai pericoli più variegati: lupi, orsi, ladri di pecore, streghe mangia-bambini… Tutti avevano una storia simile da raccontare ai ragazzini per tenerli lontani, ma qualche dettaglio variava sempre, soprattutto i mostri. Tuttavia, la noia fu troppo forte in quel giorno di novembre, uno dei pochi limpidi e senza foschia, prima che la neve mutasse le regole dei loro giochi. Bastarono poche parole per farsi coraggio a vicenda e decidere di incamminarsi verso quel luogo proibito. In fondo, l’unione fa la forza.
I due bambini presero il sentiero abbandonato; già all’epoca molti arbusti erano nati in mezzo alla terra battuta e diversi alberi caduti bloccavano il passaggio. Dopo qualche curva in mezzo a questa strada abbandonata, seguendo una vera e propria galleria di alberi, giunsero alla prima macchia. Era piccola, come il cortile interno della casa dove vivevano, proprio a lato del sentiero. Erba, rovi, piccoli arbusti che parevano biancospini ma con foglie molto più piccole e irsute… tutto era di un marrone-grigio diverso dalla vegetazione che circondava quella strana pozza. Pareva che un barile di petrolio fosse stato versato, avvelenando irrimediabilmente l’ecosistema e il terreno. Era la prima volta che i ragazzini vedevano queste chiazze da vicino e Ranuccio era a tanto così dal toccare uno di quei rovi, preso dalla curiosità, ma un forte richiamo della bimba lo fece rinsavire. Insieme avanzarono fino a raggiungere la porta del borgo, un arco che si apriva in un muro di pietra quasi completamente coperto d’edera. Il silenzio era tale da causare giramenti di testa ai due ragazzini, che mai erano stati in un luogo tanto cheto da mettere la pelle d’oca. Stando immobili si poteva sentire giusto il fruscio del vento e lo scricchiolio di qualche albero secco nel bosco. Dai boschi vicino a casa loro si udivano altri suoni provenire anche dai colli lontani: dei campanacci al collo di un gregge al pascolo, i richiami dei pastori, i saluti scambiati dai conducenti dei carri… ma tra le strade di Farneto vi era un silenzio innaturale.
Avanzarono sulla vecchia strada di porfido, ricoperta di erbacce e muschio, fino alla piazza principale. Al suo centro si ergeva il mercato coperto, una struttura quadrata che si reggeva su dodici enormi tronchi di legno e aveva una copertura di tegole, ancora in piedi nonostante l’edera la ricoprisse totalmente — così come buona parte degli edifici intorno. Era difficile immaginarsi gli scambi commerciali che si erano susseguiti tra quelle possenti colonne, che avevano dovuto richiamare così tanta gente in quel posto, al momento del tutto inospitale. Quanti sorrisi e saluti si saranno scambiati commercianti e abitanti di quelle mura… Dov’erano finiti? Perché era stato tutto abbandonato?
Mentre esploravano la piazza, Ranuccio provò a proporre di giocare a nascondino e fece per coprirsi gli occhi e iniziare a contare, ma Lisabetta non aveva proprio voglia di inoltrarsi da sola tra quelle mura di pietra. Non erano tanto dissimili dal loro villaggio, ma l’atmosfera le faceva venire la pelle d’oca. Chiese all’amico come facesse a voler giocare proprio lì, in quel posto dove pareva ci fosse qualcuno che li osservasse. Il bambino si guardò in giro con aria un po’ inquieta, sì, ma alla fine si convinse che Lisabetta fosse una fifona e la canzonò. Lei non se lo fece ripetere e partì alla carica per piazzargli un pugno sul grugno, ma un rumore li distrasse: da una delle case che si affacciavano sulla piazza si udì un forte cigolio, forse di una porta o di una finestra. I bambini si voltarono impietriti e alzarono lo sguardo sull’edificio, una casa di pietra su due piani coperta di edera, non diversa dalle altre. Una viuzzola di terra battuta costeggiava un suo fianco, dipanandosi in qualche cortile buio. Mentre la bambina controllava con ansia le finestre rotte della casa, cercando ogni singolo movimento, Ranuccio si concentrò sulla via laterale: non riusciva a capire dove terminasse, era davvero buio! La terra era coperta di erbacce, talvolta alte fino alla sua vita, e i muri di pietra permettevano giusto il passaggio di un uomo adulto. Tuttavia, dopo una decina di metri, le pietre stesse diventavano molto più scure, come quelle che si trovano in casa, sopra i caminetti, che sono perennemente coperte di fuliggine. Anche l’erba, da un determinato punto in avanti, diventava rada e rachitica, e il terreno pareva malato proprio come quello nei boschi. Fu allora che capì: in quel punto iniziava una macchia. Ma quell’aura tenebrosa non si limitava alla vegetazione: anche i muri delle case intorno ne erano affetti! La via era all’ombra, ma la luce illuminava in maniera ben diversa ciò che si trovava oltre quel confine indefinibile — anzi, pareva far fatica a penetrarvi, come se vi fosse una nuvola proprio lì sopra. Eppure, in quella giornata il cielo era terso.
Ranuccio spiegò all’amica la sua osservazione e lei, dopo aver osservato per qualche momento, annuì in silenzio. Voleva essere sicura, voleva vedere chiaro su quel mistero così affascinante e misterioso. Si guardò intorno e un attimo dopo ebbe un’idea: la torre del campanile. Da lassù avrebbero potuto vedere meglio la macchia, la sua forma e i suoi effetti. Subito si misero a correre verso la chiesa, salendo una stradina costeggiata da altri edifici in rovina. Alcuni avevano tetti di legno, marciti e poi crollati, cosicché la luce del primo pomeriggio illuminava gli interni rovinati dalle intemperie; presso le case più resistenti, però, dalle finestre coperte di muschio si potevano ancora vedere mobili, piatti, resti di materassi… Il paese pareva essere stato abbandonato in fretta e furia.
Dopo una svolta della strada, immersi nei loro pensieri, i due bambini si fermarono all’improvviso: la pavimentazione in porfido ai loro piedi diventava improvvisamente scura, quasi nera. Per circa venti metri la strada era parte di un’enorme macchia! L’erba era assente oltre quel bordo innaturale, ma i ciottoli di pietra sembravano quasi normali, se non per la sfumatura scura. Non si azzardavano a fare neanche un passo dentro quella chiazza occulta, ma era impossibile passare oltre. Cercarono di studiare un percorso alternativo seguendo vicoli laterali, ma non era semplice. Tentarono di tagliare il percorso passando da una casa all’altra, circumnavigando la macchia. Non trovarono una strada chiara, e indietreggiarono così tanto da tornare nella piazza del mercato. Arrivarono davanti alla casa dove avevano udito il rumore ed esplorarono la viuzzola di terra battuta. Fatti pochi passi, però, Lisabetta si bloccò improvvisamente e afferrò la mano di Ranuccio. Lui si voltò con sguardo interrogativo, ma la bambina subito indicò con il dito il terreno di fronte a loro: vi erano chiaramente delle tracce nella terra umida! Non era facile capire da dove provenissero e dove si dirigessero, ma iniziavano da una porta laterale della casa e terminavano… da qualche parte nella macchia davanti a loro. Non era neanche semplice dire se fossero umane, né se fossero di scarpe o piedi nudi, ma le aveva lasciate sicuramente qualcosa che camminava su due gambe. I due bambini erano pietrificati, non parlavano ma condividevano lo stesso pensiero: quelle orme e il rumore che avevano sentito erano collegati?
Ranuccio fece per riprendersi e, con un coraggio non da lui, propose di aprire la porta vicino alle impronte e sbirciare nella casa. Lisabetta lo guardò con occhi sgranati, incredula e titubante: la curiosità era tanta, ma la paura anche di più. Tuttavia il ragazzino avanzò nel vicolo prima che il cuor di leone tentennasse; lentamente ma con passo deciso, l’orecchio teso per sentire il minimo rumore — tutto taceva. I suoi scarponcini di pelle lasciavano a malapena dei segni sul terriccio umido, molto più piccoli di quelli lì accanto. Arrivato di fronte alla porta, non notò nulla di insolito: il legno era mezzo marcio, scurito dall’umidità che aveva cominciato a mangiare i cardini di ferro. L’anta non era chiusa, ma solo accostata; nella stretta fessura tra essa e il telaio non si vedeva nulla, solo buio. Ranuccio allora afferrò la maniglia, anch’essa arrugginita, e la tirò verso di sé. C’era un corridoio tanto oscuro quanto una delle macchie, ma qui era solo la mancanza di luce a rendere le pareti tanto inquietanti. Si intravedevano una mensola con dei lumini o portacandele, un appendiabiti e la silhouette forse di un armadio poco più avanti. Un flebile riflesso grigio-azzurro, quasi opalescente, rivelava una parete in fondo. Il bambino era molto riluttante, ma fece un passo oltre la soglia, seguito da un altro e poi un altro ancora. Teneva una mano appoggiata sulla parete rivestita di intonaco impolverato. Si fermò più volte per tendere le orecchie, ma non sentì nulla. Alzando lo sguardo adocchiò il lumino e, accanto ad esso, un altro oggetto di cui non riuscì a riconoscere la forma. Si alzò in punta di piedi per afferrarlo, ma la mensola era troppo alta per lui, riusciva a sfiorarlo solo con la punta delle dita… Proprio allora un secco scricchiolio alla fine del corridoio gli fece saltare il cuore in gola. Era l’armadio che si era mosso, o meglio, quello che era parso un armadio, ma ora aveva tutta l’aria di una figura alta come un uomo o forse più! Era stata totalmente immobile fino ad allora, ma ora pareva quasi che li stesse aspettando. Ranuccio saltò indietro, tenendo gli occhi puntati su quella massa nera che avanzava verso di lui. Aveva troppa paura per voltarsi e darle le spalle; da come si muoveva, aveva ben poco di umano. Mancavano pochi passi alla soglia, alla salvezza, ma il suo sangue raggelò quando un riflesso illuminò gli occhi della creatura, che rifletterono la luce come quelli di un animale. Che cosa diavolo era? Non era il momento di farsi certe domande e il bambino finalmente si decise a girarsi per correre più velocemente. Appena si voltò, la creatura emise un ringhio da far accapponare la pelle, mai sentito prima dai ragazzini. Come si poteva descrivere? Era come se un cane rabbioso, preso da una follia cieca, avesse guaito con tutto il dolore che aveva in corpo. Solo un mostro poteva emettere un suono del genere. E questo, mentre lo faceva, balzò in avanti e un’orribile zampa afferrò il bambino per la caviglia. Ranuccio cadde, sbattendo rovinosamente il mento per terra. Lisabetta nel frattempo stava incitando l’amico ad uscire e, quando lo vide finire a terra, un gemito le uscì di bocca. Istintivamente, senza pensare a quella bestia enorme che si muoveva a pochi metri da lei ma che non riusciva a vedere, si gettò in avanti per aiutare Ranuccio, ma la presa del mostro era troppo salda. Con la coda dell’occhio, la ragazzina vide un oggetto per terra, un qualcosa che prima non c’era; ne era sicura perché avevano osservato ben bene il corridoio prima di entrare. Era un coltellino, con una lama corta e smussata, di quelli che si tenevano vicino alle candele per pulire lo stoppino dal sego accumulato. Senza pensarci due volte, Lisabetta lo afferrò e lo piantò nella zampa che attanagliava Ranuccio — nella confusione, pareva essere una mano con cinque dita, forse umana… ma era impossibile! La creatura cacciò un urlo mille volte più terribile rispetto a quello di prima, ma per un momento ritrasse l’arto maledetto permettendo alla bambina coraggiosa di trarre in salvo Ranuccio. I due si rimisero in piedi in mezzo secondo e corsero giù nella piazza del mercato, poi per la via che avevano percorso verso la porta del borgo e verso il bosco.
Non si voltarono mai indietro e non videro mai le fattezze di quella cosa –così la definirono loro stessi– ma giurarono di aver udito i suoi ruggiti rabbiosi quasi fino a valle. Si dice che i cani dei colli attorno ebbero una sorta di crisi isterica, quel pomeriggio: tutti si misero a guaire e latrare allo stesso momento, come succede prima dei terremoti. I bambini non seppero dire fino a dove quella creatura li seguì, ma è certo che furono graziati: riuscirono a fare ritorno al loro villaggio sani e salvi. Ranuccio, tuttavia, fu profondamente sconvolto dall’esperienza: lo sciocco ragazzino che si divertiva a fare marachelle era sparito, oscurato da uno sguardo teso e da occhi scavati, preoccupanti per la sua giovane età. Da quel giorno indossò solamente braghe lunghe e si diceva zoppicasse leggermente, tuttavia erano solo delle voci. Lisabetta divenne estremamente protettiva nei suoi confronti e, per tutta la sua vita, si impegnò a vegliare sui bambini del villaggio, vietando loro categoricamente di recarsi a Farneto per nessun motivo.
Si potrebbe quindi dire che anche i due piccoli amici furono baciati da una buona stella, forse anche di più rispetto al Fortunato cacciatore di cui si è narrato prima… Sì, da una parte sì, ma è anche vero che nessuno di questi coraggiosi ebbe una vita felice dopo le disavventure che vissero in quel borgo maledetto. E a dirla tutta, se di maledizione si può parlare, vi sono diverse altre storie che proclamano di essere la prima, quella che narra l’origine di quelle macchie. I pochi curiosi noncuranti della superstizione –e credeteci, non è scontato trovarne in quelle valli!– che si sono presi la briga di indagare su Farneto sono unanimemente d’accordo nel definire un episodio in particolare come quello più antico, forse a causa di alcuni dettagli che non ci sono noti.
Il protagonista è l’ennesimo sciocco e pieno di sé, proprio come tanti altri borghesi che ancor oggi popolano le corti e i palazzi più eleganti di borghi e cittadine. Il suo nome era Leandro, come il giovane della leggenda, innamorato e guidato da una lanterna, perito a causa del suo spegnimento; ah, il destino fu alquanto beffardo anche con il nostro riguardo a luci e ombre, ma per altri motivi che vedremo.
Il giovane Leandro viveva proprio a Farneto nei giorni in cui il borgo fioriva nel maggior splendore: il mercato era sempre pieno di viandanti, agricoltori e allevatori; i commercianti viaggiavano ore e ore per raggiungere la piazza. Erano tempi felici, in cui il pane e un po’ di carne per i giorni festivi non mancavano in alcuna abitazione. Leandro era figlio di un ricco mandriano, uno dei più benestanti della regione, il quale si era fatto una certa fama perché il suo bestiame era sempre particolarmente in forze e vigoroso. Portava personalmente gli animali a ogni mercato, sotto la pioggia o il sole rovente; conosceva ogni sua bestia e sapeva consigliare a ogni acquirente quelle più opportune per le sue necessità. Aveva un carattere gentile e al contempo forte e deciso, che faceva sì che tutti lo rispettassero come grande professionista. Se quest’uomo aveva un difetto, però, era la mancanza di polso nei confronti dell’unico figlio: il ragazzo era pigro, nullafacente e vanitoso. Trascorreva le giornate a far la corte alle fanciulle del borgo, una la mattina e un’altra la sera, e non dedicava un minuto del suo tempo a imparare qualcosa dal padre. A poco servivano le parole dei parenti, soprattutto della madre e delle sorelle, che non approvavano assolutamente quel comportamento frivolo e infantile; suo padre invece, come già detto, aveva troppa paura di fargli un dispiacere per alzare il tono con lui. Cambierà, è solo un ragazzo, era solito dire, ma i mesi passavano e la nomea di Leandro non migliorava.
I boschi che coprono questi colli sono sempre stati speciali, pieni di un’energia benefica che talvolta fuoriesce in alcuni luoghi: il querceto a nord di Bornivo, la fonte di San Salvìola, il cerchio di pietre sulla cima del poggio Bernice… Questi posti sono frequentati dalla gente locale da una vita, e allo stesso modo alcune persone hanno scoperto una maggiore affinità con essi e con il potere che vi defluisce. Nonostante gli uomini credano tacitamente in questa risorsa mistica, sono sempre state le donne a sviluppare una comprensione di come questa forza potesse essere incanalata e usata. Il loro nome è strje e spesso vivono nel bosco o nelle sue immediate vicinanze, nei pressi di queste sorta di sorgenti singolari, per poterle studiare al meglio e stringere con loro un vero e proprio rapporto; si dice infatti che alcune strje potessero addirittura parlare con i colli. Leandro, purtroppo, ebbe la sfortuna di farsi nemica proprio una donna del genere, Griselda, forse la più famosa strja della regione in quegli anni. Ma ci permettiamo di correggere immediatamente le nostre parole: non fu sventura, bensì il ragazzo agì come un vile.
Un pomeriggio, attraversando la boscaglia per raggiungere una qualche alcova per un appuntamento con una damigella, Leandro udì un urlo, di spavento oppure di sorpresa, seguito da alcuni lamenti. Incuriosito, si avvicinò e vide un bambino di sette-otto anni seduto a terra, che si teneva una caviglia stretta a sé. Il giovane uomo stava per chiedere cos’era successo, ma scorse un movimento con la coda nell’occhio vicino ai piedi dell’altro. Una serpe piccola, del colore del fogliame caduto e con la testa triangolare — una vipera! Allora Leandro, intuita la dinamica dell’incidente, ancor prima di aprir bocca, afferrò il braccio del bimbo e lo trascinò via, lontano dal serpente. Nonostante il gesto non propriamente eroico, ma sicuramente giusto e valoroso, la pigrizia si insinuò nella situazione in maniera inaspettata. Il bambino zoppicava e il morso della vipera era evidente, il rigonfiamento cresceva a vista d’occhio; tuttavia Leandro, assicuratosi che il ragazzino si reggesse in piedi… si congedò e lo lasciò in balia degli eventi. Gli disse di correre da un guaritore e se ne andò per la sua strada. Il povero bimbo, già confuso per l’accaduto, rimase incredulo quanto voi che state facendo conoscenza della storia. Forse fu il pensiero di dover tornare al paese e cercare un guaritore, o l’avversione al doversi prendere la responsabilità del bambino, oppure la preoccupazione di tardare al suo appuntamento… Non si sa cosa passò per la mente di Leandro, ma si allontanò senza troppe cerimonie condannando un povero innocente.
Purtroppo quel ragazzino non fu l’unica vittima conseguente a quella scelta vile e infausta. Si trattava infatti del figlio di Griselda, la grande strija citata poc’anzi. Lei era una giovane donna benvoluta da tutti, disposta ad aiutare chiunque senza ottenere nulla in cambio; più di una volta aveva salvato malati in fin di vita per un cesto di vettovaglie o poco più, e mai si era lamentata. La povera donna, trovando il figlio abbandonato sulla strada, morto mentre si stava dirigendo verso la loro capanna, verso di lei, in cerca di aiuto, impazzì per il dolore. Per giorni pianse il povero bambino, che stava crescendo con tanto amore. Aveva visto la ferita e capito la causa della morte, e col passare del tempo cominciò a sentir crescere un sentimento di rancore nei confronti del suo amato bosco. Un mattino, dopo l’ennesima notte insonne, uscì dalla capanna di legno e si recò in mezzo a un querceto, una di quelle zone da cui scaturiva una grande energia. Allora parlò direttamente alla selva: Perché hai preso mio figlio? Perché l’hai ucciso?
La risposta le arrivò dopo una folata di vento. Dopo qualche momento, un serpente, la stessa vipera protagonista della disgrazia, spuntò dal sottobosco e scivolò di fronte alla donna. È vero, donna. Ho morso tuo figlio perché mi aveva spaventato, quasi calpestandomi mentre dormivo. Tuttavia non l’ho ucciso io. Uno dei tuoi simili gli ha negato assistenza, quando avrebbe potuto salvarlo. Fu così che, per colpa dell’ennesimo tradimento di una serpe, una disgrazia si abbatté su degli uomini. Le vittime, in questo caso, furono i poveri abitanti di Farneto, che si trovarono in mezzo alla furia vendicatrice di una madre ferita.
La strija, furente di rabbia, si recò nel borgo a passo deciso e si fermò nella piazza del mercato, in mezzo al loggiato. Si mise a urlare a gran voce, la quale era ormai rotta e roca a causa del pianto. Chiese, anzi, esigette che il responsabile dell’omicidio si presentasse davanti a lei. Farneto era un paese tranquillo; nei decenni trascorsi nessuno era morto per mano violenta, e la richiesta lasciò i presenti sbigottiti. Qualcuno le si avvicinò per chiedere spiegazioni, ma gli occhi pieni di rabbia della donna lasciavano intravedere solamente follia e furia. Il frastuono, unito al crescente vociare dei presenti, attirò molta gente sulla piazza, tra cui l’ignaro reo, che stava passeggiando di bottega in bottega. Arrivato al loggiato e riconosciuta la donna, una voce nel retro della mente cominciò a ricordargli l’incontro nel bosco col bimbo. Quando si trovò finalmente nei pressi della donna, un solo suo sguardo dipanò i dubbi che aveva: quella donna aveva perso un figlio, il suo unico figlio. E lei aveva finalmente trovato il colpevole solamente incrociando il suo sguardo. Leandro allora intuì il pericolo e cercò di allontanarsi, ma la calca era troppa e lui si ritrovò bloccato lì, in balia di una valchiria.
Fu allora che lei pronunciò la sua maledizione in una lingua che nessuno riconobbe, ma le cui sillabe suonarono aspre e dure come rocce sfregate tra di loro. Al termine, si rivolse a tutti i presenti, ma teneva lo sguardo fisso sul ragazzo, che intanto era sbiancato e teneva la bocca spalancata. Le parole che pronunciò furono simili a queste: Vi meritate di essere ricordati per come siete per davvero: finti e dualisti, buoni in facciata, ma in realtà capaci dei mali peggiori al mondo. Come umana mi vergogno: neanch’io sono esente da questo nostro difetto intrinseco. Sono furiosa che non vi rendiate conto del male che potete fare senza accorgervene! Che da oggi la mia delusione sia ben visibile voltando lo sguardo verso questo colle, da tese e tese di distanza!
I momenti che seguirono furono intensi e tremendi, in completo contrasto con la placida mattina di poco prima. Nel cielo c’era qualche nuvola sparsa, di quelle tonde e benevole che regalano una piacevole frescura quando passano davanti al sole. Ebbene, tutte le chiazze d’ombra che quelle nuvole proiettavano sul terreno divennero improvvisamente incandescenti, come se l’aria lì sopra fosse infuocata. Nel bosco le piante in quelle macchie appassirono e le sterpe cominciarono a emettere fumo; in città, la gente che passava di lì cominciò a urlare di dolore, gettandosi a terra e agitandosi come se fosse coperta dalle fiamme. I tetti delle case cominciarono a fumare, le coperture di catrame rilasciarono un olezzo nauseabondo. I presenti nella piazza e nelle vie, non capendo cosa stava succedendo, tra le urla e il miasma, furono presi dal panico nonostante non ci fosse alcun fuoco. Tuttavia la furia della donna, che intanto si era accasciata a terra, unita al caos che cresceva in maniera esponenziale, convinse tutti a correre verso le porte del borgo e a fuggire. L’esodo si calmò solo a valle, quando fu chiaro che il fumo avvolgeva solo il colle di Farneto. Dai poggi accanto erano accorse dozzine di uomini pronti ad aiutare a spegnere l’incendio, ma non vi era alcuna fiamma.
Dopo un paio di giorni la collina finalmente smise di emettere fumo e i residenti, che nel frattempo erano stati ospiti nei borghi vicini, si apprestarono a tornare alle proprie case. Tuttavia, una volta diradata la coltre grigia, ecco che quelle orribili macchie bruciate apparvero per la prima volta ben visibili a tutti, con i loro contorni che non avrebbero più permesso alla vita di penetrare al loro interno. Nulla si seppe del destino di Griselda e di Leandro, che non furono mai ritrovati. C’è chi dice che siano rimasti nel borgo, intrappolati dal fumo; altri invece sono convinti che Griselda sia tornata alla sua capanna nel bosco. Tuttavia nessuno si azzardò ad accertare né una né l’altra ipotesi, dato che nessuno rimise mai più piede su per i sentieri o nei boschi del colle — a eccezione, come già detto, di gente che ve ne tornò profondamente cambiata; oppure non tornò affatto.